L'ordinamento penitenziario alla vigilia della riforma del 1975

" Carcere e società libera: dall'isolamento alla comunicazione."


Il frutto degli stimoli provenienti dai movimenti culturali della fine degli anni '60 si cristallizza nel disegno di legge approvato dal Senato il 10 marzo 1971.

Grazie a tale iniziativa si riuscì a mettere sul tavolo del dibattito istituzionale un progetto teso a mettere in risalto un nuovo rapporto tra le istituzioni e la popolazione penitanziaria (da un lato) e la società libera (dall'altro) non più segnato da una reciproca impermeabilizzazione ma da una stretta connessione e da un assiduo scambio sociale.

Tra le proposte più interessanti: un sistema di misure alternative alla pena; un incremento dei poteri del magistrato di sorveglianza; l'adeguamento della retribuzione dei lavori, maggiori "poteri" alle commissioni elette dai detenuti a cui venne demandata la gestione di alcuni servizi…

I principi costituzionali, attenti alla tutela e alla realizzazione della persona umana, si scontrarono con una struttura macchinosa che non riusciva a tenere il passo delle diverse esigenze che provenivano, magmaticamente, dal basso della popolazione carceraria.

Uno dei motivi di questa incapacità era dovuto, probabilmente, al fatto che la stessa amministrazione era attenta più alle condizioni generali della struttura piuttosto che all'individualità di ciascun istituto e di ciascun detenuto.

Numerose innovazioni, presenti all'interno del disegno di legge originario, e quelle successivamente ad esso aggiunte, andarono perse lungo la tortuosa strada delle discussioni parlamentari che anticiparono la riforma del 1975.