L'ordinamento penitenziario alla vigilia della riforma del 1975

" Le istituzioni carcerarie al termine del secondo conflitto mondiale "


L'Italia, duramente colpita al cuore della propria struttura economica ed istituzionale, doveva impegnarsi per tentare di ricostruire in breve tempo quello che era stato distrutto da un terribile e sanguinoso conflitto.

Nella lunga lista di problemi da affrontare una posizione rilevante venne occupata dalla drammatica situazione degli istituti penitenziari; le questioni più difficili, tra le tante in argomento, furono quelle legate, in modo diretto o indiretto, al sovraffollamento dei predetti istituti che, in breve tempo, avevano condotto la popolazione carceraria sull'orlo di una terribile crisi.

Tra gli elementi che determinarono l'acuirsi della situazione delle carceri si ricordano, ad esempio: la forte recrudescenza dei fenomeni di criminalità comune e le leggi speciali promulgate contro i fascisti e i collaborazionisti.

Questi elementi si andarono ad aggiungere ai precedenti determinando un innalzamento degli indici di sovraffollamento e un consequenziale inasprimento della situazione generale.

I lunghi discorsi politici, le innovative teorie promosse da importanti studiosi e tutti i buoni propositi tesi ad un miglioramento sostanziale delle condizioni di vita all'interno del carcere si infransero, purtroppo, contro la necessità delle nuove istituzioni democratiche di riportare l'ordine in un mondo che si trovava fuori da ogni controllo.

Nel 1945, e agli inizi del 1946, vi furono delle violente rivolte nelle carceri giudiziarie di Regina Coeli (Roma), di Torino e di San Vittore (Milano).

Questi gravi avvenimenti, per motivi politici o semplicemente di cronaca, occuparono in modo significativo le pagine dei quotidiani innescando numerose e feconde polemiche.

Neppi Modona individua in questo particolare clima la ragione " per cui, lungi dall'avviare un processo riformatore, il più rilevante intervento del guardasigilli Togliatti contiene severi richiami al ristabilimento dell'ordine e della disciplina sia tra i detenuti che tra gli agenti di custodia, e al rigoroso rispetto delle regole del trattamento penitenziario, soprattutto con riferimento ai detenuti per motivi di delinquenza fascista"[1].

Risale all'agosto 1945, infatti, il d.l.lgt. n. 508 con cui fu dichiarata l'appartenenza del corpo degli agenti di custodia alle forze armate; tale provvedimento rappresenta un utile indice del grave disagio, fisico e psicologico, in cui si trovarono a vivere ed operare, quotidianamente, tanto i detenuti che gli agenti addetti alla loro custodia.

I nuovi provvedimenti, in prima linea la predetta militarizzazione degli agenti di custodia, non favorirono la distensione dei rapporti all'interno delle strutture penitenziarie creando, piuttosto, un nuovo e più ampio solco tra il complesso delle strutture ospitanti e i detenuti-ospiti.

L'assemblea costituente sebbene avesse dedicato ampio spazio alla discussione sui principi e sugli scopi da seguire e perseguire con la pena, giungendo alla splendida formulazione dell'art. 27 della Costituzione, sembrò non tenere in particolare considerazione la disciplina degli ormai vetusti, ma ancora vigenti, regolamenti penitenziari.

Queste ultime norme, dettagliate e specifiche, rappresentarono, infatti, il vero momento di contatto tra le istituzioni e i detenuti, attraverso la fissazione delle effettive modalità di vita all'interno delle predette strutture.

___________

NOTE

[1] NEPPI MODONA, Ordinamento penitenziario, in AA.VV., Giustizia Penale e Poteri dello Stato, Garzanti, 2002, pp. 683 e 684.