L'ordinamento penitenziario alla vigilia della riforma del 1975

" Un lungo cammino pieno di insidie... "


Il cammino dell'ordinamento penitenziario verso la piena attuazione dei principi costituzionali non è ancora giunto a termine anche se numerosi e significativi passi in avanti sono stati compiuti negli ultimi decenni.

Le insidie, nascoste a volte nella stessa mente di chi è chiamato a produrre ed applicare il diritto, trovano un luogo idoneo in cui poter sopravvivere e proliferare in piccole e pericolose incrostazioni aderenti alle pareti di alcuni angoli nascosti della nostra mente e della nostra formazione culturale.

Queste pericolose realtà prendono forma e consistenza nell'ambiguità di qualche pregiudizio ereditato, probabilmente, da idee e congetture appartenenti ad una concezione "deviata" ed autoritaria del rapporto Stato/individuo.

Si tratta della stessa forza che ha reso lo Stato una persona giuridica rappresentativa di interessi pubblici, non identificabili con quelli della comunità di persone che costituisce la base personale dello stesso ordinamento, ma propri dello Stato in sé. Ed è questa "personificazione" che ha determinato la possibilità di considerere lo Stato entità iversa dalla società dotato di vita e fini propri .
Lo stesso soggetto che amministra in nome dello Stato, in non lontano e del tutto superato immaginario comune , è dotato di una "qualità", pubblico ufficiale, che l'eleva al di sopra di un qualsiasi altra persona comune.

Lo Stato, per questo meccanismo culturale, viene posto ad un livello sovraordinato ai singoli e alla loro somma. Testimonianza chiara di questa condizione è data dall'impossibilità, se non tramite il ricorso a giurisdizioni particolari e con modalità che sono sintomatiche di una soggezione, ancora fortemente sentita, del singolo nei confronti dello Stato sovrano (mitigata in questi ultimi anni grazie al diritto comunitario e ad alcune pronunce della Suprema Corte di Cassazione e del Consiglio di Stato) per il singolo di far valere in giudizio quelli che in realtà sono dei veri e propri diritti soggettivi (definiti dalla nostra stessa Costituzione come "interessi legittimi") nei confronti dello Stato .[1]

Basta leggere con attenzione alcune delle più belle pagine scritte da KAFKA nel suo romanzo "Il Castello" [2] per rendersi conto della visione "Autoritaria dello Stato" presente nel quotidiano vivere ancora oggi saldamente ancorata, come ostrica allo scoglio, nella cultura della nostra Pubblica Amministrazione.

E' un elemento presente nella nostra cultura giuridica, in particolare del diritto Amministrativo e nei suoi nmerosi rivoli, che difficilmente viene messo a fuoco in modo chiaro perché costituisce un "sottofondo" sempre presente, celato da un velo di normalità, nella storia dei rapporti tra sudditi e sovrani e oggi tra governati e governanti.

Le insidie culturali ben nascoste in luoghi protetti, riservati e lontani dalla quotidianità rimangono, così, in attesa pronte a ripresentarsi, con la loro forza conservatrice, nei momenti decisivi del cammino verso una piena razionalizzazione della giustizia penale (in generale) e del sistema penitenziario (in particolare).

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NOTE

[1] Questa concezione "autoritaria dello Stato" è presente come motivo di fondo, implicito ed esplicito, in alcune opere: SATTA, voce Atto amministrativo, in Enc. Giur., IV, 1989; SATTA, Giustizia amministrativa, 3ª ed., Padova, 1997, 200 ss; SATTA, Imparzialità della pubblica amministrazione, in Enc. Giuridica Treccani, vol XV, Roma, 1988. L'idea è suggerita anche da un altro Autore: CARACCIOLI, Manuale di diritto penale, parte generale, Padova, 1998,135 ss.

[2]Ad esempio si suggerisce la seguente edizione: KAFKA, FRANZ, Romanzi, (a cura di ERVINO POCAR), Mondadori Editore, ed.1991, ristampa 1998.