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UNA
BREVE RIFLESSIONE Il carcere, visto come spazio di soggiorno forzato, è considerato
nel Regolamento generale degli stabilimenti carcerari, r.d. 1 febbraio
del 1891 n. 260, e nel successivo Regolamento per gli istituti di prevenzione
e di pena ( approvato con r.d. del 18 giugno 1931, n. 787) come un luogo
da rendere impermeabile a qualunque contatto con l'esterno e da relegare
lontano dalla società libera. Questi regolamenti contenevano dei meccanismi di contatto con il mondo
esterno (colloqui, corrispondenza, visite dei prossimi congiunti
)
ma la loro disciplina si presentò nella pratica talmente restrittiva
da renderne difficile la fruizione da parte degli aventi diritto. Non era solo il contatto fisico con persone provenienti dalla società
libera ad essere visto con estrema diffidenza, ma anche il semplice
contatto con le idee e le stesse storie di vita e di costume vissute
al di fuori delle mura carcerarie. Per esempio, si ricorda il contenuto di una circolare datata 8 settembre
1931 della Direzione Generale istituti di Prevenzione e di Pena in cui
si sottolinea che in tali istituti la scelta dei libri e dei giornali
deve essere sempre ispirata a criteri di severa austerità e che
"
per la gran massa dei detenuti occorre non consentire la
lettura dei giornali quotidiani"[1]. L'ambiente penitenziario, con il suo rigido e precario equilibrio,
dovevano essere salvaguardato contro possibili disturbi provenienti
da idee, simboli o semplicemente parole idonee di per sé a provocare
delle reazioni e dei "sussulti" nell'isolata popolazione carceraria. Una Circolare, la 314 del 24 febbraio del 1954, escludeva la lettura
dei giornali di carattere politico e di quelli sebbene non politici
che comunque indugiassero "su fatti di cronaca
ovvero su
avvenimenti tali da turbare un ambiente facilmente eccitabile quale
è quello carcerario". La cultura imperante nelle strutture penitenziarie dell'epoca, in sintesi,
appare quella di considerare la comunità carceraria come un insieme
di soggetti da isolare dal resto della società; questo modo di
pensare e procedere, però, ha significato nel corso dei decenni
una sempre maggiore emarginazione della popolazione presente negli istituti
di pena da quella società libera che non appariva pronta a riceverli
e a comunicare con loro. ___________ NOTE [1] NEPPI MODONA, Ordinamento penitenziario, in AA.VV., Giustizia Penale e Poteri dello Stato, Garzanti, 2002, pp. 677, nota 5 e per altre circolari sul medesimo tema NEPPI MODONA, Carcere e Società civile, in storia d'Italia, vol. V: I Documenti, Einaudi, Torino, 1973. |
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