UNA BREVE RIFLESSIONE

"Un'istituzione a struttura piramidale"

La struttura dell'istituzione penitenziaria è stata sempre caratterizzata da una centralizzata e macchinosa burocrazia piramidale.

Tale rigidità non appartiene solo del periodo fascista, ma rappresenta un carattere già presente nella precedente esperienza storica: si pensi, ad esempio, al Regolamento del 1891 che strutturava in modo verticistico, e con un forte contenuto di subordinazione, i rapporti tra i direttori delle singole strutture e la direzione generale delle carceri (all'epoca dipendente dal Ministero dell'Interno).

I controlli del vertice dovevano arrivare sino al singolo detenuto e alle più intime e personali esigenze. Tutto doveva essere controllato e tutto doveva essere ricontrollato; in questa ragnatela di norme interne e di lunghi "itinerari" burocratici, in cui era facile poter compiere degli errori, gli stessi direttori preferivano richiedere al gradino superiore come comportarsi nelle diverse situazioni in modo da evitare, ed eventualmente derogare, qualsiasi futura responsabilità.

Per concludere sul punto, sembra opportuno riportare un breve brano di NEPPI MODONA che riesce, in poche parole, ad offrire uno spaccato delle carceri italiane prima della riforma degli anni '70 attraverso una incisiva immagine:

"Il rigidissimo controllo gerarchico crea un appesantimento burocratico che si traduce in ulteriori forme di violenza, come ad esempio avviene in occasione delle frequenti richieste di concedere ai detenuti di tenere aperto per un ora al giorno lo sportello della cella per aerarla e diminuire l'eccessivo calore, le cui risposte in genere arrivano quando l'estate era ormai al termine, ovvero di consentire l'uso di una piccola forchetta in legno per aiutarsi a mangiare, oltre al cucchiaio già in dotazione"[1].


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NOTE

[1] NEPPI MODONA, Ordinamento penitenziario, in AA.VV., Giustizia Penale e Poteri dello Stato, Garzanti, 2002, 682.