UNA BREVE RIFLESSIONE

" La violenza e le istituzioni carcerarie"

Neppi Modona individua il secondo fattore di continuità nella storia delle istituzioni carcerarie nel "... clima di violenza che ha pressoché costantemente connotato la storia delle istituzioni penitenziarie italiane, sino a farne una regola di governo dei rapporti non solo tra detenuti, ma tra custodi e custoditi"[1].

Le quotidiane violenze avevano come sfondo le terribili condizioni materiali e di estremo disagio in cui versava la popolazione del carcere e come costante motivo istigatore le rigide e vessatorie regole cui erano sottoposti tanto i detenuti che gli agenti di custodia.

La violenza, come momento d'ordine, diveniva così elemento necessario per la tenuta dell'intero sistema; un serio tentativo di superare questa situazione di perenne conflittualità si può intravedere in una circolare del Ministro della Giustizia Zoli del 1951, n. 4014/2473, con cui si modificarono degli aspetti particolarmente rigidi del Regolamento del 1931, permettendo, ad esempio, una maggiore apertura del carcere al mondo esterno con la possibilità data ai detenuti: di rivolgere la parola ai visitatori, di comunicare con i familiari attraverso una grata e di tenere carta e penna in cella al fine di poter scrivere ai propri cari…

In un clima in cui si dovevano far rispettare norme rigide e minuziose, la tensione tra controllanti e controllati era alta e bastava poco a far scattare la scintilla della violenza da entrambe le parti.

Nella mancanza di comunicazione e nel muro creato attraverso una rigida contrapposizione delle parti tra i protagonisti della vita negli istituti di pena si possono identificare i motivi dei numerosi e spesso violenti contrasti che non rappresentavano altro che continui spaccati di quotidiana e reciproca incomprensione.

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NOTE

[1] NEPPI MODONA, Ordinamento penitenziario, in AA.VV., Giustizia Penale e Poteri dello Stato, Garzanti, 2002, pp. 679.